ogni mercoledì: spunti pratici per usare la tecnologia senza farti usare.
perché gli adulti non parlano più con noi? 👀
Published 3 months ago • 6 min read
Buongiorno Reader
questa non è l’ennesima newsletter per fare di più: è per stare meglio. benvenuti/e nello spazio dove parliamo di digital detox: vita vera prima degli schermi. Per vivere (non solo sopravvivere) tra notifiche, email e chat infinite e intelligenza artificiale. Piccoli passi, grandi cambiamenti.
Ecco le tre cose di oggi.
😢 niente aperitivo il 25 novembre a Milano: il pomeriggio registrerò una puntata per un programma Rai (super cool) e poi salirò sul primo treno...ma arriverò in città troppo tardi.
è uscito un articolo inaspettato e molto bello firmato da Elisa Salvi sul quotidiano Trentino. (Grazie ❤️)
Poi il resto te lo racconto più giù. Tre, due, uno. Si parte.
forse non ce ne accorgiamo più, ma stiamo scappando
Da sette anni trascorro una settimana intera, ogni estate, con gruppi di adolescenti in Trentino. Undici, tredici, diciassette anni. Crescono, cambiano, ma il punto è sempre lo stesso: lì con loro, vedo cose che nessun report racconta davvero.
Succede anche quel giorno.
Ragazzi seduti sull’erba. Le dolomiti intorno. Quel silenzio strano che non è silenzio: è un respiro condiviso.
Poi una ragazza di quattordici anni alza la mano. Mi guarda dritto negli occhi. E spara la domanda:
“Perché gli adulti non parlano con noi così?”
Non parla di telefoni. Non parla di intelligenza artificiale. Parla di noi.
Parla degli adulti presenti solo a metà. Degli sguardi che scappano. Di quelle frasi tipo “dimmi tutto” dette mentre siamo già altrove.
E quella domanda ti attraversa come una lama, perché capisci una cosa semplice e terribile:
non è la sua storia. È la nostra.
E qui devo dirtela chiara:
non serve avere figli per sentirsi un adulto assente. Basta avere un telefono.
Il 41,8% degli adolescenti chiede aiuto all’AI quando è triste, ansioso o solo. Quasi uno su due.
E il 42% usa l’AI per prendere decisioni importanti. Non perché vuole un robot.
Ma perché è l’unica “voce” che resta. Che risponde. Che non scappa.
L’AI non sta sostituendo gli adulti. Sta riempiendo il vuoto che abbiamo lasciato.
E lo sappiamo tutti com’è quel vuoto.
Lo vediamo quando qualcuno ci parla e noi rispondiamo a metà. Quando diciamo “un secondo” e poi ci perdiamo nelle notifiche. Quando ascoltiamo solo con l’orecchio, mai con la presenza. Quando ci accorgiamo che siamo lì… ma non siamo lì.
Quella ragazza me lo aveva già detto. Senza saperlo. 😱
E questa parte riguarda tutti noi. Riguarda i genitori. Riguarda chi non lo è. Riguarda gli insegnanti. Riguarda chiunque viva in quest’epoca dove essere occupati è normale, essere presenti è raro, stare con qualcuno è diventato un lusso.
Siamo diventati adulti che non parlano. Che non ascoltano. Che non reggono lo sguardo. Che vivono con il corpo in una stanza e la mente da un’altra parte.
Viviamo veloci. Pieni.
vuotati.
Ieri sera, mio figlio di 21 mesi si avvicina a me. Mi porta un gioco. Una scoperta.
E io sono lì. Ma non sono lì. Mi è appena arrivata una chiamata.
Lui insiste. Inizia a piangere, è il suo modo di mandarmi una notifica per ricevere attenzione. E capisco che gli sto insegnando esattamente quello che dice quel report:
che le macchine contano più delle persone,
che le urgenze degli altri sono più importanti di ciò che è accanto a me.
Chiudo la chiamata in modo brusco. Quando finalmente lo guardo, lui sorride come se fossi appena tornato da un viaggio lontano.
Mentre ti scrivo e ripenso: quanti di questi momenti sto buttando via?
E tu lo sai com’è. Cosa intendo. Basta ricordare l’ultima volta in cui qualcuno ti parlava e tu eri già altrove. Il volto che si spegne un attimo. La frase che si interrompe. Quel micro-secondo in cui ti accorgi che stai ferendo qualcuno senza volerlo. È lì che ci riconosciamo tutti.
Non ti racconto questa scena per farti sentire in colpa. E non la racconto per punirmi o assolvermi. La racconto perché succede anche a me. Perché succede a tutti noi.
E la verità è semplice: la colpa paralizza. L’accorgersene, invece, apre. Perché quando ti accorgi, puoi scegliere. Anche solo per cinque minuti in più.
Non è colpa. È condizione. È quello che succede quando vivi dimezzato.
Non ti do colpe. Non ti do regole. Non ti do una lista di “trucchi digitali”.
Ti lascio solo una scelta. Una sola.
La prossima volta che qualcuno parla con te, resta. Cinque minuti. Occhi negli occhi. Presenza piena.
E quando fallisci perché fallirai... non ti punire. Ricomincia.
La presenza non si delega. Si decide.
È da lì che ricomincia tutto. Per loro. E per noi.
A proposito, ti chiedo di darmi altri due minuti del tuo tempo, leggi l'articolo qui sotto. Severo ma giusto.
a mercoledì prossimo.
🗞️ l'articolo della settimana
L’altro giorno stavo leggendo una storia che mi ha fermato. Una di quelle che non scivolano via: ti restano dentro.
Una infermiera, Laura, ha registrato le ultime parole di più di trecento persone. Trecento respiri finali. Trecento verità dette senza più maschere.
E le loro confessioni dicevano tutte la stessa cosa: non temiamo la morte. Temiamo di non aver vissuto davvero.
Chi stava morendo non parlava di successi, soldi o obiettivi. Parlava di ciò che aveva rimandato.
Dell’amore trattenuto. Delle parole non dette. Della gioia posticipata. Delle presenze mancanti. Dei perdoni rimasti a metà. Della semplicità ignorata. Del coraggio non scelto.
Una frase mi ha trafitto: I rimpianti pesano più del dolore.
E un’altra ancora più forte: La presenza è il dono più grande.
Ho pensato a quanto facilmente scappiamo dalla vita mentre siamo ancora vivi. A come ci distraiamo. A quante conversazioni attraversiamo senza esserci davvero. A quanto amore lasciamo in sospeso, convinti che ci sarà un momento migliore.
La verità è semplice e scomoda: non serve arrivare all’ultimo respiro per capire cosa conta. Serve fermarsi adesso.
Un gesto piccolo. Una parola che mancava. Una presenza piena. Un perdono che libera. Una gioia che non aspetta il weekend.
Laura lo ha scritto così: "Chi sta morendo non è triste. È sveglio"
E forse questa è la chiamata che ci riguarda oggi: svegliarsi prima.
Ia lettura della settimana
Il libro della settimana “Fidati che c’è tutto” di Roberta Zantedeschi edizione Apogeo
Ho una grande stima per Roberta Zantedeschi.
Non è una scrittrice che ti parla dall’alto. Ti parla da dentro.
Da una vita che ha attraversato ferite, silenzi, ripartenze. “Fidati che c’è tutto” è un libro che non vuole salvarti: vuole ricordarti che non sei rotto, che non sei in ritardo, che non devi inseguire la versione migliore di te per meritarti pace.
Roberta ti accompagna con una voce che non giudica e non forza. Ti prende per mano e ti riporta lì dove avevi smesso di guardare: nelle cose semplici, nei piccoli gesti, nelle parti di te che hai lasciato indietro.
Mentre lo leggi senti una fitta, ma è una fitta buona: la sensazione che forse non ti manca niente, ti manca solo tornare a te. Se sei in uno di quei momenti in cui ti senti lontano da te stesso, questo libro ti riporta a casa.
Papa Leone XIV invita i giovani a non farsi guidare dagli algoritmi, ma a diventare protagonisti consapevoli del digitale e costruttori di pace. QUI
Alberto Puliafito scrive che le IA non rubano tempo da sole: lo fanno quando le usiamo per produrre ancora di più invece di liberarci. Senza cambiare il modo in cui lavoriamo, la tecnologia moltiplica il carico invece di alleggerirlo. Pienamente d'accordo. QUI.
Il disincanto della nostalgia ci parla ancora oggi: per noi adulti. Per i più piccoli, "un mondo nuovo" significa qualcosa di diverso: un telefono di casa pensato senza schermi, senza app, solo chiamate vocali verso contatti scelti dai genitori. QUI
✏️ la frase della settimana
“È il tempo che hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante.” Antoine de Saint-Exupéry
❤️ cosa possiamo "fare" insieme?
Ho formato più di 15.000 persone a ridurre lo stress digitale, ritrovare focus e migliorare le relazioni.
🏢 In azienda e istituzioni → meno overload da email e notifiche, più produttività e benessere per i team. 🌿 Eventi e retreat → esperienze immersive e talk che ispirano, con strumenti pratici da riportare nella vita di tutti i giorni. 🏫 Nelle scuole e con i genitori → percorsi che insegnano a studenti, docenti e famiglie a crescere con la tecnologia senza esserne travolti.
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