ogni mercoledì: spunti pratici per usare la tecnologia senza farti usare.
🧩 hai troppe cose da incastrare?
Published about 2 months ago • 5 min read
Buongiorno Reader
questa non è l’ennesima newsletter per fare di più: è per stare meglio. benvenuti/e nello spazio dove parliamo di digital detox: vita vera prima degli schermi. Per vivere (non solo sopravvivere) tra notifiche, email e chat infinite e intelligenza artificiale. Piccoli passi, grandi cambiamenti.
Ecco le tre cose di oggi.
Domani, 11 dicembre, sarò a Napoli con Feltrinelli Education e Scuola Holden, ospite di Prysmian.
Ti scrivo oggi e poi ancora una volta, e poi mi fermerò. Ho bisogno di rallentare.
Se senti che anche per te è tempo di fermarti, il retreat in convento è uno spazio pensato per questo. Fatti un bel dono.
Poi il resto te lo racconto più giù. Tre, due, uno. Si parte.
vorrei...ma ho troppe cose
In questi giorni ho ricevuto un paio di email:
“Alessio, vorrei tanto partecipare al tuo retreat… ma non riesco. Ho troppe cose da incastrare.”
Ogni volta che leggo questa frase penso la stessa cosa. Non parla di agenda. Parla di fatica. Di ruoli da tenere in piedi. Di quella paura sottile che, se ti fermi, qualcosa cede.
Lo capisco bene. È una frase che ho sentito e sento ancora.
Ed è per questo che ti racconto cosa mi è successo qualche giorno fa.
Sono rimasto a letto in un hotel a Mirandola. Nebbia fitta. Quella che non lascia appigli. Un virus intestinale mi ha fermato.
Ero lì perché la sera successiva avrei avuto una serata a teatro. Una sala che ti chiede presenza, voce, lucidità.
La mattina dopo, invece, non sapevo nemmeno se sarei riuscito a stare in piedi.
Questa distanza mi ha colpito più della febbre. Da una parte il palco. Dall’altra il corpo che dice basta.
La notte sveglio. Non perché pensassi a grandi cose. Ma perché, quando il corpo si spegne, la mente fa ordine da sola.
A un certo punto è arrivata una sensazione precisa. Non una frase. Non una decisione.
Una sensazione di pienezza che non nutre. Non di stanchezza. Di eccesso.
Come quando ti accorgi che stai tenendo troppe cose insieme e non sai più perché.
Nel tempo, anche senza volerlo, ci riempiamo di ruoli. Ruoli che all’inizio servono. Ti proteggono. Ti fanno entrare nelle stanze giuste.
Ho iniziato a insegnare subito dopo la laurea. Un laboratorio di marketing digitale a Scienze Politiche, all’Università di Perugia.
Avevo bisogno di quell’etichetta. Mi serviva per essere preso sul serio.
Col tempo quella stessa etichetta è diventata una garanzia. Una spiegazione facile di chi ero. Una traiettoria che negli anni si è allargata, senza che me ne accorgessi.
In quella stanza ho capito una cosa semplice. O arrivavo al 2026 così, pieno, oppure iniziavo ad alleggerire.
La prima decisione è stata concreta.SLascioun paio di master universitari che oggi non sento più miei.
Dirlo qui è facile. Dirlo alle persone che amo, molto meno.
Sento già il silenzio. La faccia sbigottita di mia madre quando le dirò:
“Sto lasciando un paio di master all’università.”
Per lei è un colpo al cuore. Non perché non mi voglia bene. Proprio il contrario.
In quella frase lei sente sicurezza. Riconoscimento. L’idea di un figlio “arrivato”.
E io lo so. E mi dispiace.
È questo che rende così difficile lasciare andare. Non tanto quello che perdi, ma il giudizio. La delusione possibile. Lo sguardo di chi non capisce.
Lasciare andare non è libertà immediata. È accettare che qualcuno ci resti male. Che l’immagine di te si incrini.
Ed è per evitare questo che spesso restiamo pieni. Non per ambizione. Per protezione.
Il problema non è il troppo. È la paura di stare senza.
Senza un ruolo chiaro. Senza una definizione che rassicura anche gli altri.
Il digitale entra proprio lì. Non come nemico. Come anestesia.
Accade quasi sempre nello stesso modo. Quando il vuoto si apre, qualcosa chiede di essere riempito.
E il telefono è lì. Non per lavorare. Per controllare. Che tutto tenga. Che nulla ceda.
Tenere tutto insieme calma. Lasciare andare ti mette allo scoperto.
Eppure, a un certo punto, la frase diventa chiara. Fa paura dirla. Ma è vera.
La vita è la mia.
E alleggerire, anche se fa male, è l’unico modo che ho per abitarla davvero.
Scrivo tutto questo perché forse non è solo mio. Forse anche tu stai tenendo qualcosa non perché ti nutre, ma perché ti definisce.
Forse anche tu fai fatica a dire no non per il tempo che liberi, ma per l’immagine che perdi.
E allora ti lascio con una domanda semplice. Senza risposte giuste.
C’è qualcosa che stai ancora portando avanti solo perché hai troppe cose da incastrare?
Se questa domanda ti resta addosso anche dopo aver chiuso questa mail, non scacciarla. Di solito è da lì che inizia il lasciare andare.
Il rituale settimanale per risparmiare energia mentale
Un esercizio che dovresti fare almeno una volta a settimana. Non perché siamo disorganizzati. Ma perché viviamo in un mondo che apre continuamente nuovi cicli.
Chiudere i “circuiti aperti” è igiene mentale.
Un circuito aperto è qualcosa di incompiuto, rimandato o evitato. Anche quando non ci pensi, resta attivo in sottofondo. Come un’app aperta che scarica la batteria.
Messaggi lasciati a metà.
Cose da fare “più tardi”.
Decisioni rimandate.
Conversazioni evitate.
Ogni circuito aperto consuma energia mentale.
come fare (20 minuti)
Imposta un timer da 20 minuti. Niente distrazioni.
Scrivi tutto ciò che ti viene in mente. Senza ordine. Senza giudizio.
Per ogni punto scegli solo una cosa: farlo delegarlo lasciarlo andare
La verità è questa: la maggior parte può essere eliminata. Sii decisa. Quel poco che resta, chiudilo quanto prima.
Chiudere i cicli non significa fare di più. Significa stancarsi di meno.
Fallo ogni settimana. Per avere una mente più libera.
📚 Ia lettura della settimana
Turisti della realtà di Francesco Marino
Francesco Marino mi ha regalato una copia di Turisti della realtà (Tlon Edizioni) durante il Digital Detox Festival. L’ho portata a casa. È rimasta sulla scrivania per quasi 6 mesi. L'ho portata con me in alcuni viaggi. Poi, questo weekend, l’ho finita a letto. Tutta d’un fiato.
Ci sono libri che si leggono. E libri che ti osservano mentre li leggi. Questo è il secondo tipo.
Turisti della realtà è un libro scomodo, nel senso migliore del termine. Non accusa. Non fa la morale. Ti mette davanti a una domanda semplice e spiazzante: quanta parte della tua vita stai vivendo davvero, e quanta la stai già trasformando in racconto?
A un certo punto, più o meno così, Marino arriva al nodo: "non viviamo più soltanto le esperienze, le pensiamo già in funzione di come verranno raccontate".
Ed è lì che senti un piccolo colpo allo stomaco.
Attraversiamo luoghi, relazioni, momenti intensi con lo sguardo del turista digitale. Prima ci preoccupiamo di come appariranno. Poi, forse, di come ci fanno sentire. Ogni esperienza rischia di diventare contenuto, format, prova di esistenza.
E mentre leggi ti accorgi che non parla “degli altri”. Parla di quando scatti una foto prima di capire cosa stai provando. Di quando condividi prima ancora che l’esperienza si depositi.
Il paradosso è questo: più cerchiamo autenticità, più la confezioniamo. Più vogliamo sentirci vivi, più rischiamo di guardare la vita da fuori.
Questo libro non ti chiede di spegnere tutto. Ti chiede di tornare. Al corpo. Al tempo reale. A ciò che non ha bisogno di essere mostrato per esistere.
Ho chiuso l’ultima pagina e sono rimasto fermo un po’. Quando succede, è sempre un buon segno.
Bellissimo libro. Francesco. Come le tue rappresentazioni di realtà che ti contraddistinguono.
Non è quanto usi il telefono a stancarti. È quante volte interrompi la tua attenzione. Vedi qui
Laura Pausini spegne i social per proteggere la propria salute mentale. Leggi qui
Prima il ciuccio, poi lo smartphone: qualcosa non torna. Leggi qui
✏️ la frase della settimana
"Quando smetti di controllare, inizi a respirare.” Mel Robbins
❤️ cosa possiamo "fare" insieme?
Ho formato più di 15.000 persone a ridurre lo stress digitale, ritrovare focus e migliorare le relazioni.
🏢 In azienda e istituzioni → meno overload da email e notifiche, più produttività e benessere per i team. 🌿 Eventi e retreat → esperienze immersive e talk che ispirano, con strumenti pratici da riportare nella vita di tutti i giorni. 🏫 Nelle scuole e con i genitori → percorsi che insegnano a studenti, docenti e famiglie a crescere con la tecnologia senza esserne travolti.
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