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Digital Detox

🤹‍♂️ che supercazzola è la gestione del tempo?


Buongiorno Reader

questa non è l’ennesima newsletter per fare di più: è per stare meglio.
benvenuti/e nello spazio dove parliamo di digital detox: vita vera prima degli schermi.
Per vivere (non solo sopravvivere) tra notifiche, email e chat infinite e intelligenza artificiale.
Piccoli passi, grandi cambiamenti.

Ecco le tre cose di oggi.

  • 🌫 Novembre sarà un mese diverso.
    Meno eventi, più spazio per respirare, immaginare, creare il nuovo.
  • 🍁 Il weekend scorso ero in Val di Fassa, in un daily retreat.
    Mi sono innamorato dei colori dell’autunno e di quel modo che ha la natura di ricordarci il susseguirsi della vita.
  • 🎥 Venerdì sarò in studio per registrare il mio nuovo videocorso.
    Sì, finalmente sta arrivando. A breve lo lancerò ufficialmente.

Poi il resto te lo racconto più giù.
Tre, due, uno. Si parte.


quando "più tardi" o "presto" può significare MAI

Un paio di settimane fa, durante un bootcamp con una trentina di persone, stavamo lavorando sui bisogni.
Ci stavamo chiedendo quali fossero i bisogni che soddisfiamo con la tecnologia.

A un certo punto, una donna alza la mano.
Si chiama Laura. Lavora come dottoressa in un ospedale oncologico.

Mi guarda e dice:

"Alessio, io ho capito che per vivere meglio ne devo soddisfare pochi.
Perché il bisogno più grande, alla fine, è dare profondità al tempo.
Vedo ogni giorno che tutto può cambiare in un istante.
Mentre noi pensiamo che certe cose non ci toccheranno mai… finché non le tocchiamo con mano."

In sala è sceso il silenzio.
Non quello imbarazzato.
Quello che scava dentro.

Io stavo seduto a quattro posti da lei.
Ho visto che quando ha finito di parlare ha abbassato gli occhi per un secondo.
Come se quelle parole le costassero davvero.
Come se ogni volta che le dice, consuma un pezzo di sé.

E in quella frase c'era una verità che nessuna teoria può spiegare:

il tempo non si gestisce.
Al limite si custodisce.
Il tempo si sente.

Da allora quella frase mi è rimasta addosso come un peso.
Perché la mia vita, nell'ultimo mese, sembra fatta di rimandi.

Mio padre mi manda un vocale.
Mi parla di un mobile visto "su Internet"
La voce è ferma. Non ride. Non ride mai con me.
E forse è per questo che mi pesa non ascoltarlo fino in fondo.
Mentre parla, io scrollo LinkedIn.
Mi dico: "Gli rispondo più tardi."

Mirko, il mio migliore amico, mi scrive:


"Oh, ma quando ci vediamo per quella cena che diciamo sempre di fare?"

Gli rispondo con un vocale mezzo distratto, mentre sto finendo un documento.


"Dai, ci organizziamo presto."

La settimana passa. Poi un'altra.
Ci sentiamo ancora, ma la cena non succede mai.

E ogni volta che ci scriviamo "dobbiamo vederci", sento che quello che manca non è il tempo. È la disponibilità interiore.

Frasi come:

"Lo farò più tardi."
"Appena ho un momento."
"Quando avrò meno cose da fare."

Ma quel momento non arriva mai.


E mi accorgo che quel "più tardi" è diventato la mia forma più elegante di assenza.

Fino a due anni fa ero il re dell'ottimizzazione.


Tre app di produttività, calendario color-coded, time blocking.
Vegliavo gelosamente su ogni minuto come fosse denaro.

ero perfetto nel gestire il tempo. Imperfetto a gestire la vita.

Il paradosso è che più tempo "ottimizzavo", più vuoto mi sentivo.

Perché quello che succede con la tecnologia non è che ci ruba il tempo...è che ci ruba la qualità del tempo.

Siamo sommersi di input, sempre "operativi", ma quasi mai vivi.

E ogni "più tardi" che diciamo è un frammento di vita lasciato in sospeso.
Una piccola promessa non mantenuta con noi stessi.

Penso spesso alla voce delle persone che non ci sono più.
Oggi, con i vocali, quella voce resta.


Rimane lì, compressa dentro un'app, come una piccola capsula di tempo che puoi riaprire quando vuoi.

Io, per esempio, ho ancora un messaggio di Peppino ❤️.
Era uno dei miei amici più cari.
Sette anni fa ha deciso di andarsene, lasciando solo me e Mirko.

L'ultimo vocale che mi ha mandato diceva:

"Ci vediamo presto."

È ancora lì, su WhatsApp.
A volte lo riascolto.
Altre volte no, perché fa troppo male.

Ma sapere che quella voce esiste, che posso ancora sentirla, mi ricorda una cosa che Laura ha detto con altre parole:


il tempo non scompare.
Il tempo resta dove abbiamo amato.

E ogni volta che ascolto quel messaggio mi torna addosso una verità semplice e incontestabile:

il tempo non si gestisce.
Si custodisce.
Si sente.

Laura mi ha insegnato questo:


la profondità non è una questione di durata,
è una questione di attenzione.

Puoi vivere un'ora e sentirla piena.
O vivere una settimana e non ricordare nulla.

Lei, ogni giorno, entra in reparto sapendo che il tempo è fragile.
Che può cambiare forma in un attimo.
E in quell'impermanenza ha trovato un senso:

non cercare di avere più tempo,
ma avere più consapevolezza del tempo che hai.

Mi chiedo spesso quanto del mio tempo sia davvero mio.
Quante ore passo a "gestirlo" invece di sentirlo.


E la risposta che mi torna è difficile: ancora troppe.

Perché è vero che ho capito, ma la vecchia abitudine batte ogni mattina alla porta.


Ancora oggi, fin dalle prime ore del mattino, il telefono mi chiama.
E io devo scegliere di nuovo.

Non è una cosa che risolvi una volta e basta.
È una piccola morte quotidiana del vecchio istinto.

Accendo lo schermo.
Sento il peso delle email e del "non ancora risposto".
Parte la fretta.
Il petto si stringe un po'.

Allora faccio una cosa che sembra stupida ma che funziona:
apro la finestra.
Respiro aria vera.
Guardo il cielo per cinque secondi.
Non per "staccare".

Solo per ricordarmi che quel minuto quello che sto vivendo adesso è già vita.

Non è una pausa prima di cominciare.
Questo è già il film.
Non c'è "dopo."

"Il bisogno più grande è dare profondità al tempo."

Non è accumulare tempo.
Non è gestirlo.
Non è diventare più produttivi.

È imparare di nuovo a sentirlo.

A dire meno "più tardi."
E più spesso, semplicemente, "adesso."

E forse - penso a volte - se Peppino potesse rispondermi a quel messaggio, mi direbbe la stessa cosa.
Non aspettare. Non dopo. Adesso.


Ora, prima di fare qualsiasi altra cosa, pensa a una persona che non chiami da tempo. Troppo.
Non domani. Adesso.

Mandale un messaggio.
O se puoi, chiamala.
Non serve dire chissà cosa."Mi sei venuto in mente. Come stai?" basta.

E poi, nel momento in cui ricevi la risposta, ascolta quella sensazione nel petto.
Guarda come il tempo, improvvisamente, cambia forma.

Forse scoprirai la stessa cosa che ha scoperto Laura e che mi ha ricordato il mo Peppino:


il tempo non è un numero da ottimizzare.È una presenza da abitare. Più che si può.


🗞️ l'articolo della settimana

Un interessante articolo di Antonio Palmieri di Fondazione Pensiero Solido pubblicato il 4 novembre sul Corriere della Sera: un vademecum per genitori con nove consigli pratici per favorire una “tecnologia affettiva” nei primi anni di vita dei bambini.


Il consiglio della settimana

non sottovalutare mai il potere di cinque buoni minuti

Nei giorni difficili mi ricordo questo:
mancano sempre cinque minuti buoni prima che tu ti senta meglio.

Cinque minuti di movimento e l’energia cambia.
Cinque minuti di scrittura e la mente si fa chiara.
Cinque minuti di lettura e la prospettiva si allarga.
Cinque minuti di respiro e il corpo si rigenera.
Cinque minuti di conversazione e l’umore si rialza.

Quando senti che tutto pesa, chiediti:
come posso usare al meglio i prossimi cinque minuti?

Spesso basta così poco per cambiare direzione.
E quei cinque minuti, alla fine, cambiano tutto.


👨‍💻 i link della settimana

  • Smartphone già all’asilo? I rischi crescono
    In Italia, oltre il 90% dei dodicenni usa uno smartphone. Tra chi ha iniziato prima dei 6 anni, l’uso quotidiano supera le 5 ore: gli esperti lanciano l’allarme su effetti cognitivi e comportamentali già in età prescolare. QUI

  • Firenze: incontri per genitori sul benessere digitale
    L’Ospedale Meyer organizza cicli di incontri rivolti alle famiglie per educare a un uso sano della tecnologia fin dalla prima infanzia. Focus su sonno, attenzione e relazioni in epoca digitale. QUI

  • Le 5 regole dell’ISS per un uso sano dello smartphone a scuola
    L’Istituto Superiore di Sanità propone semplici linee guida per proteggere gli studenti: niente schermo a tavola o prima di dormire, zone senza telefoni in casa e notifiche silenziate durante studio e riposo. QUI

  • Psicologi robot? L’allarme degli esperti: “terapeuti zombie” in arrivo
    Secondo Molecular Psychiatry, affidarci a chatbot empatici solo in apparenza potrebbe snaturare la relazione terapeutica. Il rischio? Una dipendenza emotiva da intelligenze simulate prive di vera coscienza. QUI


✏️ la frase della settimana

“Il tempo non si possiede. Si attraversa.”

Christian Bobin


❤️ cosa possiamo "fare" insieme?

Ho formato più di 15.000 persone a ridurre lo stress digitale, ritrovare focus e migliorare le relazioni.

🏢 In azienda e istituzioni → meno overload da email e notifiche, più produttività e benessere per i team.
🌿 Eventi e retreat → esperienze immersive e talk che ispirano, con strumenti pratici da riportare nella vita di tutti i giorni.
🏫 Nelle scuole e con i genitori → percorsi che insegnano a studenti, docenti e famiglie a crescere con la tecnologia senza esserne travolti.


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